C’è una scena che conosciamo bene.
La parte della convention è finita, qualcuno prende il microfono e annuncia che abbiamo mezz’ora per fare networking.
Le persone si alzano, prendono il caffè, iniziano a guardarsi intorno e, nel giro di pochi minuti, si formano piccoli gruppi.
Per alcune persone è il momento più semplice della giornata. Si avvicinano, si presentano, fanno una domanda, trovano un argomento e la conversazione parte.
Per altre è decisamente meno immediato.
Non necessariamente perché non abbiano voglia di conoscere qualcuno. Il punto può essere capire come entrare nella conversazione.
Quando posso avvicinarmi a quel gruppo?
Come faccio a iniziare?
Di cosa parliamo?
Quanto tempo rimango?
Come faccio a salutare e spostarmi senza sembrare scortese?
Sono tutte piccole regole sociali che per alcune persone vengono quasi automatiche e per altre richiedono molta più attenzione.
Il networking spontaneo non è spontaneo per tutti
Quando progettiamo un evento aziendale, spesso diamo per scontato che lasciare uno spazio libero significhi creare automaticamente un momento di relazione.
Non sempre funziona così.
Una persona autistica, per esempio, può trovare particolarmente impegnative alcune situazioni sociali imprevedibili. Anche una persona che non ha alcuna diagnosi può trovarsi a disagio in un ambiente in cui non conosce nessuno o semplicemente preferire un modo più strutturato per entrare in relazione.
Questo non significa che dobbiamo trasformare il networking in un’attività guidata passo per passo.
Possiamo però offrire più di una possibilità.
Ed è qui che la progettazione diventa interessante.
Possiamo lasciare una porta aperta
Immaginiamo di avere trenta minuti dedicati al networking.
Possiamo lasciare che le persone si muovano liberamente, come facciamo normalmente.
Possiamo anche preparare alcuni tavoli con un tema di conversazione, lasciare qualche domanda come spunto oppure proporre una piccola attività che permetta di iniziare a parlare partendo da qualcosa di concreto.
Chi ama il networking spontaneo continuerà a farlo.
Chi invece davanti a una sala piena di sconosciuti pensa “da dove comincio?” avrà un punto da cui partire.
Non abbiamo tolto libertà.
Abbiamo aggiunto una possibilità in più.
Anche osservare può essere una forma di partecipazione
Questa è una cosa che secondo me vale la pena ricordare quando progettiamo un evento.
Partecipare non significa necessariamente fare tutto nello stesso modo.
Qualcuno entra immediatamente in una conversazione.
Qualcun altro osserva prima, ascolta, capisce come funziona il gruppo e poi decide se intervenire.
Se il nostro unico criterio per capire se una persona sta partecipando è quanto parla, rischiamo di perderci parecchio di quello che sta succedendo.
Anche questo riguarda la progettazione neuroinclusiva: lasciare un po’ di spazio ai diversi modi di esserci.
Una domanda utile quando organizziamo il prossimo evento
Quando prepariamo il networking del prossimo evento, possiamo continuare a chiederci quanto deve durare, dove metteremo il coffee break e quante persone saranno presenti.
Aggiungerei una domanda:
“Abbiamo previsto un solo modo per entrare in relazione?”
Se la risposta è sì, forse possiamo aggiungere una seconda possibilità.
Non serve rivoluzionare il format.
A volte basta un tavolo tematico, una domanda, un’attività molto semplice o una persona dello staff che faciliti le prime connessioni.
Il networking rimane networking.
Semplicemente, non chiediamo a tutti di entrarci dalla stessa porta.

