Quando organizzi un evento, la pausa è una di quelle cose che sembrano semplici.

La metti in scaletta, calcoli quanto deve durare, scegli dove servire il caffè e vai avanti.

Poi, nella pratica, capita spesso che quei venti minuti diventino quindici, poi dodici, perché un relatore si è allungato e il programma comincia a essere stretto.

Lo sappiamo tutti come funziona.

Il problema è che una pausa non serve soltanto a recuperare il tempo perso o a prendere un caffè.

Serve anche alle persone.

Durante una giornata di formazione, una convention o un meeting passiamo continuamente da un’attività all’altra, ascoltiamo, guardiamo, prendiamo informazioni, incontriamo persone, cambiamo ambiente. Tutto questo richiede attenzione e capacità di elaborare quello che sta succedendo.

Per alcune persone, soprattutto in presenza di una particolare sensibilità agli stimoli, questo carico può diventare più impegnativo. La ricerca sul processamento sensoriale nelle persone autistiche mostra, per esempio, quanto le caratteristiche dell’ambiente possano incidere sull’esperienza e sulla partecipazione (Bagatell et al., 2022).

Ma non serve avere una diagnosi per arrivare a un certo punto della giornata e pensare: “Adesso ho bisogno di cinque minuti senza nessuno che mi parli.”

Può succedere dopo quattro ore di viaggio, dopo una mattinata di riunioni o semplicemente perché siamo arrivati a quel momento della giornata con poca energia.

Per questo, quando progetto un evento, la domanda che mi interessa non è soltanto:

“Quanto tempo abbiamo per la pausa?”

Mi interessa anche chiedermi:

“Che cosa potranno fare davvero le persone durante questa pausa?”

Se abbiamo previsto venti minuti ma il coffee break è in una stanza affollata, con musica, persone che parlano e un’attività di networking organizzata nello stesso momento, forse abbiamo creato una pausa che per qualcuno è tutt’altro che una pausa.

Possiamo allora lasciare anche la possibilità di stare qualche minuto in un luogo più tranquillo.

Possiamo evitare di riempire ogni pausa con un’attività.

Possiamo comunicare chiaramente quando ricomincia il programma, senza costringere le persone a stare continuamente attente a capire che cosa succederà dopo.

Sono piccoli accorgimenti, ma cambiano il modo in cui guardiamo alla pausa.

Non come uno spazio vuoto tra due momenti importanti dell’evento, ma come parte dell’esperienza che stiamo progettando.

E questa, secondo me, è una delle cose interessanti della progettazione neuroinclusiva: a volte non serve aggiungere qualcosa.

Serve dare valore a qualcosa che avevamo già previsto.

Riferimento scientifico

Bagatell, N., Chan, D. V., Syu, Y. C., Lamarche, E. M., & Klinger, L. G. (2022). Sensory processing and community participation in autistic adults. Frontiers in Psychology, 13, 876127. https://doi.org/10.3389/fpsyg.2022.876127