Per oltre vent’anni ho lavorato nel mondo degli eventi e dell’ospitalità, progettando esperienze, coordinando persone e cercando di far funzionare insieme tanti elementi diversi.
Location, allestimenti, fornitori, tempi, imprevisti. Tutto doveva trovare il proprio posto, certo ma per me c’è sempre stato un altro aspetto fondamentale:
partivo dalle persone
Come si sentivano?
Di cosa avevano bisogno?
Che cosa poteva rendere quell’esperienza più semplice, piacevole e adatta a loro?
Erano domande che mi venivano spontanee. Ascoltavo, osservavo, cercavo di capire anche ciò che faticava a essere espresso a parole e provavo a trovare soluzioni.
All’epoca non parlavo di neuroinclusività, in realtà, non sapevo nemmeno che esistesse un termine capace di descrivere una parte così importante del mio modo di lavorare.
Semplicemente, per me organizzare un evento significava accorgermi delle persone e progettare tenendo conto di come avrebbero vissuto ciò che stavamo costruendo.
Oggi, guardando indietro, riconosco in molte di quelle attenzioni i principi che guidano la progettazione neuroinclusiva.
E’ sempre stato naturale, poi ho scoperto la mia neurodivergenza
Non perché avessi già un metodo strutturato o perché sapessi riconoscere tutte le esigenze individuali, ma perché partire dalle persone è sempre stato naturale per me.
Poi ho scoperto la mia neurodivergenza. Ho iniziato a studiare, ad approfondire il funzionamento delle persone e a dare un nome a esperienze che, fino a quel momento, avevo vissuto soprattutto attraverso la mia sensibilità e il mio modo di osservare il mondo.
Questa consapevolezza ha cambiato il mio sguardo professionale.
Ho cominciato a comprendere meglio quanto le persone possano percepire gli ambienti, elaborare le informazioni, gestire gli stimoli e vivere le relazioni in modi differenti.
Ho capito anche quanto sia importante non dare per scontato che ciò che funziona per una persona sia adatto a tutte le altre.
Oggi quella sensibilità può incontrare conoscenze, strumenti e una maggiore consapevolezza progettuale.
Posso ascoltare con maggiore intenzionalità, fare domande più mirate, riconoscere aspetti che meritano attenzione e accompagnare gli sposi nella definizione di soluzioni coerenti con le loro esigenze. Posso dialogare con i fornitori, integrare le preferenze individuali nella progettazione degli spazi e dei tempi e considerare il benessere come parte integrante dell’esperienza.
Intuito ed esperienza hanno una direzione più chiara
Il valore delle esperienze neuroinclusive per me è partire fin dall’inizio dalle persone che lo vivranno.
Un matrimonio non è soltanto una sequenza di momenti da organizzare, una scenografia da realizzare o un programma da rispettare.
Un matrimonio è un’esperienza fatta di emozioni, stimoli, relazioni, aspettative e sensibilità individuali.
La neuroinclusività negli eventi, per me, è questo: trasformare un modo naturale di guardare alle persone in una competenza progettuale consapevole.
E forse la vera rivoluzione degli eventi comincia proprio qui: quando smettiamo di progettare soltanto ciò che le persone vedranno e iniziamo a progettare anche come potranno vivere ciò che abbiamo immaginato per loro.

